Senza doverlo spiegare.
Non so bene quando sia diventata una cosa strana.
Il fatto di dire: “vado a fare una passeggiata” e poi aggiungere: “da sola”
C’è sempre una micro-pausa dall’altra parte. Come se mancasse una pezzo.
“Ah…da sola?”
Sì. Da sola.
Amo i musei.
Ma amo soprattutto i musei da sola.
Amo entrare senza dover sincronizzare l’orario con qualcuno. Amo fermarmi davanti a un quadro più del necessario senza sentirmi in colpa. Amo saltare intere sale senza dover giustificare perché il Rinascimento oggi proprio no.
Amo poter cambiare idea a metà.
Entrare per vedere una cosa e uscire pensando a tutt’altro. Sedermi su una panchina senza parlare. Guardare le persone che guardano le opere e immaginare la loro vita: che lavoro fanno, come si sono conosciute, se sono felici, se la mostra gli sta piacendo oppure no.
Non è solitudine.
È spazio.
Lo stesso vale per le passeggiate.
“Faccio un giro”
È una frase piccola per una cosa enorme.
Perché dentro c’è tutto:
La possibilità di uscire senza una meta precisa, di girare a sinistra invece che a destra senza doverlo spiegare, di fermarmi davanti a una vetrina senza sentirmi lenta, di entrare in un negozio e uscire dopo 30 secondi.
E soprattutto: di non dover parlare.
Non dover riempire i silenzi. Non dover reggere per forza una conversazione. Non dover trovare continuamente qualcosa di interessante da dire.
Solo poter stare nel silenzio senza che diventi una problema da risolvere.
All’inizio anche con i miei genitori non era immediato da spiegare.
Quando dicevo che andavo da sola, la reazione era quella classica: non contraria, non negativa, ma leggermente interrogativa.
Con quell’ombra di preoccupazione, o forse di incomprensione.
Come se “da sola” fosse una condizione di partenza, non una scelta.
Come se fosse qualcosa da risolvere.
La verità è che non vado da sola perché non ho nessuno. Non vado da sola perché non mi piace uscire con altre persone.
Anzi.
Amo uscire con le mie amiche. Condividere le cose, fare programmi, andare in giro ed esplorare nuovi posti insieme.
Vado da sola perché mi piace.
Perché ho bisogno del mio tempo da sola.
Un tempo in cui non devo incastrarmi nei tempi di nessun altro, non devo decidere insieme, non devo adattarmi, non devo mediare.
Solo stare al mio ritmo.
Ad Amsterdam ho capito quanto mi faccia stare bene stare da sola.
Non in senso drammatico o malinconico.
In senso pratico.
Stare sola significa poter esplorare senza un piano. Significa cambiare strada senza spiegazioni. Significa entrare in un museo solo perché fuori piove. Significa fare shopping senza dover chiudere: “ti annoi?”
Significa stare nei miei tempi.
C’è una differenza enorme tra essere soli e stare da soli.
Essere soli è qualcosa che subisci. Stare da soli è qualcosa che scegli.
E forse questa è la parte più difficile da far capire.
Perché da fuori sembrano identiche.
Una persona che cammina da sola è sempre una persona che cammina da sola.
Ma dentro può esserci mancanza o pienezza.
Io non mi sento mancante. Mi sento libera.
Libera di annoiarmi. Libera di fermarmi. Libera di cambiare idea. Libera di non parlare. Libera di non dover rendere ogni momento condivisibile, raccontabile.
Libera di vivere una città senza doverla spiegare a nessuno.
Forse è un privilegio.
Avere il tempo, lo spazio, la possibilità di farlo.
Ma è anche una scoperta.
Che posso stare bene con me stessa, senza riempire ogni vuoto.
Che non ogni esperienza deve essere condivisa per essere valida. Che non ogni momento deve avere testimoni.
E quindi sì.
Vado ai musei da sola. Faccio passeggiate da sola. Vado a fare shopping da sola.
E non è un ripiego.
È una delle cose che amo di più fare.

Grazie per questo scritto! Mi ci sono ritrovata…a volte le persone intorno a noi non comprendono questa esigenza, pretendendo di essere presenti e riempirci dei vuoti che noi non percepiamo, perché nei nostri momenti di spazio siamo appagati.
Scusa il francese, ma per questo esiste anche un nome: masturdate. Avere una date con se stessi: andare a cena fuori da soli etc.